Parco Archeologico



















AREA ATTREZZATA

Aperta tutte le domeniche e festivi dalle 10 al tramonto.
Da Maggio a Settembre aperta anche il sabato.
E' possibile acquistare i nostri prodotti presso la nostra osteria.
E' inoltre possibile portare cibi e bevande da fuori e utilizzare i tavoli e i bracieri a disposizione nell'area attrezzata.


Il Tuscolo è un progetto che si mantiene grazie al supporto e al contributo dei cittadini, per questo viene chiesto un contributo minimo per il mantenimento dell'area e per il sostegno alle attività.

L'area attrezzata resterà chiusa nei mesi di Dicembre e Gennaio.
Info e prenotazioni mob. 391 4225048 - Email: prenotazioni@tuscolo.org



AREA ARCHEOLOGICA

Periodo di Apertura
- La Domenica nei mesi di Febbraio, Marzo, Aprile, Ottobre e Novembre
- Il Sabato e la Domenica da Maggio a Settembre

Chiusure
- Domenica di Pasqua
- Nei mesi di Gennaio e Dicembre il Parco Archeologico resterà chiuso ma sarà comunque possibile prenotare visite guidate all'Area Archeologica (solo per gruppi di minimo 15 persone)
- In caso di condizioni meteorologiche avverse

Orario di Apertura
Mattina: 10,00 - 13,00 (ultimo ingresso: 12.30)
Pomeriggio: 15,00 - al tramonto (ultimo ingresso: mezz'ora prima del tramonto)

Biglietti
Intero: € 3,00 a persona
Ridotto: € 2,00 da 7 a 18 anni compiuti
Omaggio: da 0 a 6 anni compiuti e diversamente abili



Nella giornata di Domenica (e di Sabato per il periodo estivo) i biglietti di ingresso sono comprensivi di visite guidate negli orari sotto elencati:
10,00 - 11,30 - 15,00 - 16,30 - 18,00 (l'ultima solo per il periodo estivo)

Per le aperture su prenotazione durante la settimana, nei periodi di chiusura del Parco, o il Sabato e la Domenica in orari differenti da quelli sopra indicati per le visite, si accettano richieste per gruppi di minimo 15 persone e il costo:
€ 3,00 a persona solo ingresso
€ 5,00 a persona ingresso con visita guidata
€ 5,00 per visite guidate con carattere di evento


Tusculum

"Il luogo primitivo dell'anima" per Fosco Maraini, "il luogo sacro dell'Italia latina" secondo Guido Piovene: Tusculum non è solo un'area archeologica ma un territorio in cui le rovine dell'antichità si fondono con il paesaggio silenzioso e con la memoria di viaggiatori antichi e moderni, con la poesia e la letteratura che qui trovarono ispirazione.

La via basolata detta "dei sepolcri", macchiata all'intorno di felci, verbaschi e cardi paonazzi e azzurri, in cui il vento agitandoli provoca un fruscio secco, è ancora oggi l'accesso privilegiato al cuore della città. La salita fino al teatro antico, accoccolato ai piedi dell'acropoli, per il viaggiatore moderno diventa una ascesi sentimentale.

Tusculum venne fondata su di un alto colle volto al Monte Albano - la montagna sacra dei Latini, rivestita d'un bosco cupo - da cui lo sguardo spazia sulla Valle Latina, dolcemente digradante verso la costa tirrenica.

Secondo un mito trasmessoci da Dionigi di Alicarnasso e Silio Italico, fu Telegono, figlio di Ulisse e della maga Circe, il primo che raggiunse queste terre per stabilirvi la sua dimora. E per questo i Tuscolani, che amavano le loro origini greche, chiamavano "telegonie" le mura inespugnabili della città e "iugeri di Telegono" i loro campi.

Le fonti archeologiche testimoniano che i primi a stabilirsi in questo luogo furono genti vissute nel X secolo a.C.

La scelta di abitare il colle non fu casuale: la Valle Latina era territorio di transito obbligato fin dalla protostoria per uomini e merci.

I Dioscuri Castore e Polluce furono i poliadi di Tusculum. Ebbero il loro tempio sull'acropoli, sul cui podio nel medioevo i Conti di Tuscolo, signori della città, innalzarono il loro palazzo.


Tusculum fu per secoli centro forte e potente. Fu a capo della Lega Latina, confederazione di città unite contro le arroganze di Roma; combatté al fianco dei Romani contro gli agguerriti Equi e Volsci. La città però - che dal 381 a.C. acquisì il rango di municipio romano - raggiunse il massimo splendore alcuni secoli dopo, quando la nobiltà romana, stanca della vita frenetica dell'Urbe, scelse Tusculum come luogo privilegiato di residenza e vi costruì magnifiche ville dedicate all'otium, distanti una sola giornata di viaggio da Roma lungo la via Latina o la via Labicana. Il clima salubre, la frescura dei monti e la bellezza del paesaggio equiparavano Tusculum alle città vesuviane della Campania, nelle quali sorgevano, fin dai tempi degli Scipioni, le grandi ville dell'aristocrazia.

La città si trasformò da sobria città latina in delizioso luogo ricco di edifici: fu costruito un teatro, un anfiteatro, una basilica, mentre il foro venne pavimentato e circondato completamente da portici.

Nonostante il ruolo di primo piano di Tusculum diminuì gradualmente man mano che l'impero romano invecchiava, la vita tuscolana tornò a rifiorire in epoca medievale e nel X secolo la città divenne la sede di una delle più importanti consorterie aristocratiche del tempo, i conti di Tusculum, dalle cui fila arrivarono tre papi. Nel corso degli ultimi decenni del XII secolo, dopo duecento anni di dominio di detto lignaggio, la città divenne il fulcro delle dispute fra comunità romana e imperatore del Sacro Romano Impero. Il primo attacco a Tusculum ebbe luogo nel 1167; nel 1183 vi fu una nuova battaglia e poi ancora un'altra il 17 aprile del 1191, questa volta però con esito decisivo: il papa Celestino III e l'imperatore Enrico VI avevano autorizzato la definitiva distruzione di Tusculum. Secondo quanto riferisce il cronista Ruggero di Hovenden, della città non rimase pietra su pietra, le mura, la fortezza medievale, le case furono incendiate, saccheggiate e abbattute fino alle fondamenta. Tusculum fu cancellata per sempre dalla Storia.

Con il trascorrere delle generazioni, le vicende delle famiglie che erano fuggite da Tusculum per rifugiarsi nelle città vicine furono lentamente avvolte nell'oblio. In poco meno di tre secoli, il nome di Tusculum o Tuscolo, nella sua versione italiana, fu svincolato dal luogo nel quale sorgeva la città. Nonostante i resti materiali fossero andati perduti, il suo nome però non era del tutto dimenticato. Risuonava ancora nei testi latini e greci degli storici e dei poeti classici che cominciavano allora ad essere riscoperti e letti di nuovo, tradotti e studiati dagli umanisti italiani.

I costanti riferimenti all'antica città latina accrebbero il desiderio di conoscerne il destino, di recuperarne i resti che il tempo ancora non aveva cancellato e di condividere con gli autori antichi il paesaggio e il luogo che in un'altra epoca avevano ispirato gli scritti di Cicerone. Il ruolo di primo piano rivestito dalla città nel corso di avvenimenti storici della massima rilevanza per la storia romana - come ad esempio l'aver accolto l'ultimo dei re etruschi, Tarquinio il Superbo; l'essere stata lo scenario prescelto per dialoghi filosofici come le Tusculanae Disputationes di Cicerone, o l'esser stata luogo di nascita di eminenti personaggi come Marco Porcio Catone – avevano garantito la trasmissione del suo nome ben oltre quella che fu la durata materiale della città. Tusculum per secoli divenne un inafferrabile oggetto del desiderio di conoscenza per umanisti, letterati, viaggiatori, antiquari. Dovevano però passare otto secoli dalla sua distruzione prima che la città venisse di nuovo materialmente riscoperta dagli archeologi.

NATURA

I segni del susseguirsi di diverse fasi nell'attività dell'antico Vulcano Laziale, iniziata attorno a 700mila anni fa, sono ben evidenti ancor oggi. All'interno di una preesistente cavità circolare o "caldera" di cui restano i rilievi del "recinto esterno" (Tuscolo e Monte Artemisio), si formò un cono vulcanico più piccolo con bocca craterica presso la località Campi di Annibale ed un cinto calderico più interno di cui sono testimonianza il Monte Cavo e il Monte delle Faete. L'attività del Vulcano Laziale fu l'ultima ad esaurirsi in tutta la regione. Il fertile suolo vulcanico diede origine, unitamente a un clima alquanto umido, a grandi foreste di faggio che sino al XVIII secolo coprivano, assieme a boschi misti e cerrete, gran parte del rilievo. Oggi permangono, a testimonianza delle foreste originarie in gran parte sostituite da castagneti, elementi arborei o arbustivi sparsi tra i castagni. Tra essi l'agrifoglio, la dafne la laureola, il tiglio, il nocciolo, l'acero campestre, il carpino nero, la vitalba, nonché un popolamento di faggio presso Monte Cavo. Nei versanti meridionali sono presenti specie di clima più caldo e asciutto come la roverella e il leccio.

Diffuse le essenze arbustive mediterranee come il viburno, il ligustro, l'alaterno, il corbezzolo, il lauro e l'erica arborea.

La fauna del Parco ha risentito fortemente dell'eccessiva pressione venatoria e delle trasformazioni ambientali operate dall'uomo. Tra i mammiferi sono segnalati l'istrice, il tasso, lo scoiattolo, il moscardino e l'arvicola di Savi. Gli uccelli rapaci comprendono la poiana, lo smeriglio e lo sparviero. Numerosi i rapaci notturni così come le specie acquatiche che frequentano le sponde dei laghi; tra queste ultime il germano reale, l'airone cenerino, il fischione, la folaga, la marzaiola, il tuffetto e lo svasso maggiore. Tra gli uccelli silvani il picchio verde, il picchio rosso maggiore, l'upupa e le cince. L'erpetofauna annovera la sempre più rara testuggine di Hermann, l'orbettino e la salamandrina dagli occhiali.

La funzione principale di un'area protetta è mantenere l'equilibrio ambientale del territorio cercando di aumentarne la biodiversità. Con l'istituzione del Parco si è registrato il ritorno di varie specie, soprattutto animali, che si erano allontanate dai Colli Albani. Sono quindi ricomparsi il tasso, la martora, il falco pellegrino, la salamandrina dagli occhiali, l'istrice ed una consistente colonia svernante di pipistrelli. Ma il ritorno più eclatante e gradito nei nostri boschi è stato senza dubbio quello del lupo. Animale da sempre temuto e cacciato in modo massiccio, svolge invece un'importante ruolo nell'ecosistema e non risulta pericoloso per l'uomo.

Nei territori dei quindici Comuni del Parco la presenza del castagno è dominante e molto consistente. La coltura di questa specie arborea non è finalizzata alla raccolta del frutto ma al taglio dell'albero, al fine di ottenere legname da utilizzare nelle diverse lavorazioni (bosco ceduo). Il territorio appena lavorato ha la forza di riprodurre nuove piante nel periodo di 16/20 anni e quindi sarà nuovamente lavorato. Questa tecnica viene utilizzata a rotazione su tutto il territorio e consente di mantenere un equilibrio perfetto tra ambiente e attività umane.





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